Link Earning: quando la formazione fa più danni della grandine

Un SEO e la responsabilità di scegliere quali concetti trasmettere al cliente e quali no

link earning

Per chi come me ha deciso di intraprendere una carriera professionale nel marketing, e in modo particolare nella SEO, è di vitale importanza un percorso di formazione senza fine. Una costante ricerca di stimoli per la propria base di conoscenza che si possa tradurre in nuovi percorsi da provare sulle SERP. Ed è proprio in uno di questi percorsi che nasce questo articolo che vuole essere tanto una riflessione quanto una provocazione nei confronti di diversi colleghi, poiché certa “commercial-formazione” la seguiamo tanto noi SEO quanto i clienti che si avvicinano al tema. E a volte si finisce col danneggiare e non poco ambo le parti. Ma andiamo con ordine.

Partiamo dalla definizione di link earning

Con link earning comprendiamo tutte le attività che ti permettono di guadagnare – anzi, di meritare – i link in modo naturale.

Molto bene. Figata. Perfetto. Lo dice Google d’altronde. E adesso?

Se può essere un approccio per te soddisfacente, non dovrai fare altro che investire sui tuoi contenuti (content marketing per gli amanti degli inglesismi), metti giù un piano editoriale come si deve, infografichette che spaccano graficamente (mi raccomando le allusioni sessuali che quelle funzionano sempre), nuvole di drago, un po’ di tempo a pazientare e il gioco è fatto. Non vedo l’ora di incontrare il piadinaro che mi ha chiesto di uscire primo in SERP per “piadina crudo squaquerone rucola Riccione” così iniziamo a disegnare.

MAH! Non sono troppo convinto ma proseguiamo nel provare a capirci qualcosa.

Chi fa SEO cosa ne pensa?

Per la logica che sui clienti si lavora mentre sulla nostra pelle si testa, ho un progetto in piedi da un anno ormai su una nicchia sportiva. Piano editoriale sempre tirato a lucido, interviste esclusive, infografiche e tutto quello che da Google dicono sia cosa buona e giusta. Di link spontanei manco l’ombra, quando butta bene dosi massicce di ctrl+c, ctrl+v ma forse sono io che non c’ho capito molto e sto investendo male il mio tempo.

A questo punto voglio confrontarmi con alcuni colleghi per capire se il mio approccio alla link earning sia completamente sbagliato e/o sfortunato ed apro una discussione su Facebook (la trovi qui e se vuoi unirti mi fa solo piacere) per ascoltare più campane. Sono emersi alcuni spunti interessanti tra cui:

  • il partito del link  e… cosa?
  • un gruppo nutrito di link earning = utopia
  • i sostenitori del “dipende dal settore”
  • la voce fuori dal coro del “magari come strategia di supporto alla link building tradizionale”
  • e il sempre verde “non c’è limite alla fantasia”

mescolati ad alcuni interrogativi non banali come:

  • quali attività fanno capo alla link earning?
  • un guest post può farne parte? Cosa c’è di spontaneo in un guest post?
  • all’estero funziona e qui no? Questione di attitudine?

Se l’intenzione era quella di fare chiarezza diciamo che non mi ci sono avvicinato molto ma tutti gli elementi convergono verso una domanda.

È giusto parlare di link earning a qualsiasi tipo di progetto?

Ed è questo il centro della discussione. Benissimo prendere quel che John Mueller dice, cercando di tradurlo a persone che affidano la strategia di visibilità delle proprie attività nelle nostre mani. Altrettanto positivo è cercare di portare imprese più o meno importanti verso la logica del contenuto di qualità, curato e che racconti qualcosa in più piuttosto che in meno.

Quello che stride in tutto questo è la riproduzione speculare di certi concetti, indipendentemente dal tipo di azienda con cui ci si sta confrontando, trincerati dietro al classico “eh, ma lo dice Google mica io”. Facile, troppo facile.

Si finisce col creare una percezione sbagliata attorno alla SEO e la “favoletta” sulla “link earning” ne è l’esempio perfetto: proponi una normalissima attività di link building, ti senti domandare se sia qualcosa di legale e non ti devi neanche azzardare di fare la faccia sorpresa o sconvolta.

Il cliente non ha alcuna responsabilità in tutto questo. Prima di parlare con te ha parlato con altri 10 di noi e probabilmente nessuno si è preso la briga di dirgli che (forse) è il caso di guardarsi un attimo alla specchio per capire bene le sue caratteristiche, la sua dimensione e anche il suo budget, senza fermarsi all’articolo che ha letto su internet e che parlava così bene di SEO.

Che poi magari l’infografichetta bellina e informativa gliela fai lo stesso ma senza fargli credere di aver trovato il famoso forziere pieno d’oro. Si chiama onestà intellettuale, mescolata ad una buona dose di capacità di analisi e quel pizzico di buonsenso che non guasta mai.

E tu cosa ne pensi? È giusto parlare a tutti di link earning?

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Commenti: 3

  • Ciao Alex, bell’articolo…
    Quanto all’ultima domanda, “È giusto parlare a tutti di link earning?” è chiaro che, come tu stesso specifichi dipende dal tipo di progetto che si approccia e dal grado di cultura del cliente (che poi per mia esperienza, i clienti che hanno cultura SEO si contano sulle dita di una mano monca…)

    Per quanto riguarda la mia opinione e la mia esperienza, nei progetti “piccoli” prima di parlare di link earning, bisogna lavorare tanto sui contenuti…

    E in alcuni casi, se la situazione del cliente è “disperata” e le sue aspettative troppo elevate, meglio spiegare che la SEO forse non è lo strumento adatto…

    Ciao

  • la veste grafica di questo sito mi piace davvero

    • Retorica Comunicazione

      Grazie, dedichiamo passione ed impegno nel nostro lavoro.
      Questo sito è un piccolo esempio di quello che sappiamo fare 😀

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *